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Palazzo Buontalenti

Orari

AURELIO AMENDOLA.
Un'Antologia.
Michelangelo, Burri, Warhol e gli altri

Da lunedì a giovedì ore 15-19 e da venerdì a domenica ore 10-19
Chiuso mercoledì e il 25 dicembre



L'accesso alla mostra può avvenire esclusivamente previa prenotazione:
0573 974267 | derossi@fondazionepistoiamusei.it

Biglietti

Intero € 10

Ridotto € 7

map via de' Rossi, 7

Il Palazzo Buontalenti (già Palazzo Sozzifanti), interessante esempio di architettura fiorentina di fine Cinquecento, occupa un’importante porzione del Canto de’ Rossi, al limite della prima cerchia di mura. Imponente per mole, ma di fatto poco percepito per la contiguità degli edifici di contorno e per un affaccio su vie poco favorevoli a una visione prospettica, presenta una particolare distribuzione delle aperture, che non risultano in asse con la facciata di riferimento. L’armoniosa e severa corte interna è caratterizzata da due sistemi di loggia portico a doppio ordine di colonne, con diametro decrescente tale da suggerire un’amplificazione molto suggestiva dello slancio verso l’alto.

 

La sua denominazione è dovuta al presunto coinvolgimento del celebre architetto fiorentino nella fase progettuale. Le fonti d’archivio testimoniano che nel 1580 il palazzo non era ancora in costruzione, ma già tre anni dopo risulta, da una lettera al Granduca del Vicario della Pia Sapienza (fondata da Niccolò Forteguerri nel 1473, l’istituzione promuoveva le cattedre umanistiche), che il Consiglio ha preso visione del “disegno dell’eccellentissimo architetto Bernardo Buontalenti che è piaciuto tanto a tutti i consiglieri ed anche a me”. Come noto il Buontalenti era l’architetto di fiducia del Granduca di Toscana, da cui la Pia Sapienza dipendeva strettamente. L’edificazione della dimora signorile, che formalmente passa dunque attraverso tale istituzione, era in realtà concepita come residenza pistoiese del Granduca. Non casualmente il vero committente era la Pratica Segreta, magistratura al suo servizio.
Dopo appena tre anni dalla sua realizzazione il Palazzo fu venduto a Ottavio e Giulio di Bartolomeo Sozzifanti, una famiglia evidentemente ricca e in ascesa nonché, assai probabilmente, schierata dalla parte del Granduca; il quale aveva fatto costruire perfino un passaggio sopraelevato, sul lato del vicolo dei Pedoni, per arrivare alla chiesa di San Biagio senza scendere in strada.

 

Quando, nella prima metà dell’Ottocento, il Palazzo verrà diviso in due distinte proprietà, tornerà fuori con evidenza che già nelle intenzioni progettuali c’era l’idea di una costruzione unitaria nel suo impianto esteriore ma già in origine concepita come doppia residenza, una delle quali era ovviamente quella granducale. Sempre in tale circostanza il nome del Buontalenti ricorre, nei lavori dei periti incaricati della divisione, come quello dell’originario ideatore della costruzione. Si può inoltre ricordare che l’architetto, nel periodo a cui risale la costruzione del Palazzo, era impegnato in città anche a servizio delle fortificazioni di Santa Barbara; tutti elementi che portano a ritenere più che plausibile il suo coinvolgimento in quest’opera. Dismesso da tempo dalla famiglia, il Palazzo Buontalenti ha avuto negli anni, prima del recente restauro, diverse utilizzazioni. Fra le più recenti, si ricorda quella di Sezione Pegni dell’allora Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia.

SALA GIMIGNANI

Al piano nobile il palazzo ospita una splendida sala dove sono raccolte le tele collezionate dalla Fondazione Caript del pittore pistoiese Giacinto Gimignani. Questo artista, attivo lungo tutti i decenni centrali del Seicento, ebbe buona fama e fu a suo tempo destinatario di numerose e importanti commesse provenienti in particolare dall’aristocrazia romana. I suoi veri protettori, come è ampiamente noto e documentato, sono rappresentati dalla famiglia di suoi concittadini, i Rospigliosi, e in particolare dal cardinale Giulio Rospigliosi, poi diventato papa col nome di Clemente IX (1667-1669).

 

Figlio d’arte, Giacinto Gimignani compì il proprio tirocinio nella bottega pistoiese del padre Alessio (1567-1651), pittore molto ricercato in ambito locale. Le prime notizie sulla sua attività pittorica risalgono agli inizi degli anni Trenta, quando si era già trasferito a Roma ed era entrato in contatto con il maestro Pietro da Cortona e la potente famiglia dei Barberini. L’introduzione in quest’ambiente prestigioso fu sollecitato e facilitato dall’amicizia di due influenti personaggi pistoiesi: l’erudito Francesco Bracciolini e il prelato Giulio Rospigliosi.
Amante delle arti, in contatto con gli artisti più grandi del suo tempo – Pietro da Cortona, Nicolas Poussin, Claude Lorrain, Gian Lorenzo Bernini e Carlo Maratta – monsignor Rospigliosi mantenne sempre un particolare rapporto di protezione verso il concittadino Gimignani. Dopo una prima fase di stretta osservanza cortonesca, Giacinto si avvicinò alla corrente classicista bolognese di Domenichino e di Guido Reni e a quella francese di Poussin. Già nel 1634 aveva stabilito la propria dimora nella parrocchia di San Nicola in Arcione, una zona affollata di francesi dove aveva abitato poco prima lo stesso Poussin. Nel 1641 si era trasferito in una casa di via Sistina che rimase la propria residenza romana fino alla morte. Lo stile dei suoi dipinti di questi anni è improntato a un classicismo raffinato che tiene conto dello studio assiduo sull’antico.

 

Quando, nel 1644, con la morte di Urbano VIII, la corte barberiniana si dissolse, Gimignani si avvicinò alla famiglia Pamphilj, lavorando per il loro palazzo di piazza Navona (Sala delle donne illustri, 1648 e delle Storie Romane) e per la villa suburbana del ‘Bel Respiro’, sul Gianicolo. Nel 1652 Gimignani si trasferì a Firenze contando sull’appoggio dei Granduchi (in particolare del principe Mattias); fu impiegato nell’Arazzeria medicea e anche dalla famiglia locale dei Niccolini. I suoi committenti più significativi furono comunque i Rospigliosi per i quali eseguì tra il 1652 e il 1656 ben ventisei dipinti destinati al palazzo pistoiese di Ripa del Sale. Nel 1661 fece ritorno a Roma; qui fu inserito da Gian Lorenzo Bernini in alcuni cantieri posseduti dalla famiglia Chigi nei Castelli romani di Castelgandolfo, Ariccia e Galloro. Sotto il pontificato del suo antico protettore prevalsero le commissioni ricevute in Umbria dagli ordini benedettini, favorite dall’inserimento di tre dei suoi otto figli in questi cenobi. L’estrema sua opera nota è Cena in Emmaus nel refettorio del convento di San Carlo, di cui la Fondazione Caript possiede il grande modello. Morì nel 1681 e fu seppellito, dopo solenni onoranze, cui parteciparono gli Accademici di San Luca, nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte a Roma.

Fondazione Pistoia Musei

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